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Il Signor T è un nomade
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Il Signor T è un nomade
D
isse loro [ràbbi Yokhanàn ben Zakkày ai discepoli]: «Mettetevi a considerare quale sia la retta via da seguire». Rabbi Eli’èzer disse: «Un buon occhio»; ràbbi Yehoshù’a disse: «Un buon compagno»; ràbbi Yossé disse: «Un buon vicino»; ràbbi Shim’òn disse: «Essere previdenti»; ràbbi El’azàr disse: «Un buon cuore». Rispose loro [il maestro]: «Trovo la risposta di ràbbi El’azàr figlio di ‘Aràkh migliore delle vostre, perché nelle sue parole sono comprese anche le vostre». Pirqé Avòt 2,9
Il Signor T le guarda incantato. Da quando hanno preso con sé Lei, regalandole un lungo periodo di riposo, quelle donne sembrano essere ogni giorno più felici. Ormai la casa risuona tutta delle loro voci. È tutto un ciaccolare che s’insegue per locali e corridoi. Le voci delle donne non sono proprio la stessa cosa della voce di una donna. Il «noi» non è mai lo stesso che un «tu». È un «tu» che acquista potenza, moltiplicando l’amore per condivisione, eppure cela un che di nostalgico. Carla sta insegnando a Lei la pronuncia corretta del suo nome. Lei si esercita persino davanti allo specchio e ride dei suoi tentativi maldestri. Ma impara, con determinazione costante. È un’allieva perfetta. E più riceve, più riversa su di loro l’affetto del “nonno” Buddha che la protegge. È un fiume in piena. Racconta se stessa come nascesse una seconda volta. È un vagìto. Carla e Vanna non hanno figli. Eppure sono le migliori madri che il Signor T possa immaginare. Questa loro figlia quarantenne rifiorisce di giorno in giorno come fosse un fiore finalmente innaffiato a dovere. Prima o poi se ne andrà. Lo sanno tutte. E vivono l’entusiasmo dei propri sguardi con leggera avidità, mentre intravvedono i futuri possibili di Lei. Intanto, persino i vicini si fanno in quattro. Arrivano le verdure dall’orto e c’è sempre un invito della signora di Napoli che insiste a voler presentare Lei al proprio figlio davanti a una tazza di caffè: «Io non bere caffè!» strilla Lei e declina l’invito. Non se la sente di vedere uomini. Non ancora. Preferisce l’operosa compagnia femminile di Carla e Vanna. E si può capirla. Il Signor T pensa un attimo a una miriade di volti maschili su di lei e scaccia via subito il pensiero con una stretta al cuore. Anche Lei deve averla quella stretta. Ben nascosta da qualche parte. E però esce ormai da sola a fare la spesa. Qualche volta torna con una mano dietro la schiena e sorride, poi mostra il pacchetto di biscotti fatti a mano dalla signora Elvira. È il suo regalo alla casa. Anche Lei ne è golosa, come una bambina. Quando il Signor T si alza, Lei corre a fargli il caffè qualsiasi cosa stia facendo. È un gesto antico, di sudditanza all’uomo, che un pochino l’imbarazza. Ma ringrazia col sorriso degli occhi quella donnina che rimane se stessa anche agli antipodi del mondo. C’é fierezza nel rimanere se stessi ovunque. Il Signor T lo sa. E la ringrazia per questo. E mentre s’inchina alla principessa della casa, il Signor T capisce il perché di quell’inchino: è il gesto dovuto alla grandezza del cuore che sana ogni sguardo, accompagna chi ha perso la via, vince i solitari e provvede a un degno futuro con delicata leggerezza. Arrivano Vanna e Carla e il Signor T si sente piccolo, e improvvisamente nomade.
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