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Il Signor T sogna
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Il Signor T sogna
A
ntigonos di Sokhò ricevette la tradizione da Shim'òn Hatzaddik. Egli soleva dire: «Non siate come quei servi che prestano servizio al loro padrone con l'intenzione di riceverne ricompensa, ma siate come quei servi che prestano servizio al padrone senza l'intenzione di riceverne alcuna ricompensa; e sia su di voi il timore di Hashèm. Pirqé Avòt 1,2«La giornata è stata lunga e faticosa» pensa il Signor T adagiandosi sulla sdraio in terrazza. Accende una candela e aspetta che il grande disco bianco della luna faccia capolino sopra la linea frastagliata dei palazzi. Getta un'occhiata alla sagoma del figlio che ancora studia nell'ampio salotto e scuote il capo.
Sorride un po', fiero di quel suo ragazzo tatuato, sottile come un fiammifero. Lo vede chino sui libri, attento. Ogni tanto ciaccolano un po', prendono le chitarre e suonano insieme per distogliere l'attenzione dalla fatica dello studio e godere del generoso incanto della musica. «S'è fatto un omino - riflette il Signor T. Le sofferenze della vita non l'hanno reso più piccolo, bensì più forte e mite». Sospira, socchiudendo gli occhi e smiagola in un sottile dormiveglia. «Le foglie friniscono» pensa, mentre l'ultimo barlume di coscienza lo trattiene ancora al mondo. Poi entra nel mondo del dio che può tutto. Gli pare ancora d'udire il fruscio delle foglie di gelsomino e il suo dolce profumo avvolgerlo. Si scuote frustando l'aria tiepida della sera. Freme un po' ancora poi, il Signor T, si sfoglia: dapprima con un moto lieve. Poi la brezza si rinforza e un milione di foglioline di gelsomino si sollevano dalla pelle e volano via, legate però l'una all'altra da un sottile filo di ragnatela, argentato, così che vorticano rimbalzando. L'una trattiene l'altra e la respinge, sospingendola in su, verso il cielo nero della notte. Poi, il moto vorticoso del mondo spezza i legami e le disperde sotto il cielo. Ciascuna foglia vola d'incanto per conto suo, dimentica di quell'omino che forse ancora giace laggiù, e sale verso il disco argentato. Così è il Signor T: un ramingo del mondo, come tutti. Che ne sarebbe di noi, infatti, se un tempo l'Errante non avesse lasciato la casa del padre e osato vagare verso una terra che se pure promessa non aveva mai vista? Il Signor T apre gli occhi, sorride e guarda incantato la luna. Milioni di stelle stanno lassù, non viste. «Non so se sei più bella tu, luna, che stai lassù in cielo e illumini i nostri occhi d'argento o loro che, non viste, si posano su di noi ugualmente, senza attendere il nostro sguardo riconoscente». Il Signor T si alza, fa spallucce alla luna e ride, spegnendo se stesso nella notte del mondo.
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