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Il Signor T è un funambolo
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Il Signor T è un funambolo
N
ittày Haarbelì diceva: «Allontanati dal cattivo vicino; non ti associare al malvagio; non scoraggiarti in merito alla Sua punizione». Pirqé Avòt 1,7
Nella vita il Signor T pareva esser stato un funambolo con tanto di ombrellino e monociclo,
incarnando l'ordinata sproporzione tra il lungo corpo dell'acrobata e i minuscoli attrezzi
che ne sostengono il precario equilibrio sull'esile fune. Come il san Pietro crocifisso nella
Cappella Sistina che preme il suolo con il suo massiccio corpo crocifisso a testa in giù
sostenuto dall'assenza dei chiodi, cioè dalla sola fede. O gli amanti che sono uniti dall'amore
e da null'altro che si veda. O i nostri corpi, tenuti insieme dal rispetto che ciascuna parte
ha per l'altra. Nessuna riuscita in queste cose è possibile senza consenso.
La mano sinistra e
la destra consentono in tutta quella serie di gesti che permettono al Signor T - come a tutti
noi - di mangiare. Cosa succederebbe se mancasse l'accordo? Lo sappiamo: a tavola finiremmo per
tagliarci le orecchie, nel circo l'acrobata schianterebbe al suolo con fragore, Pietro crollerebbe
a terra e dovremmo piantare bei chiodi per sostenerne il peso appendendolo nuovamente al legno,
gli amanti non sarebbero più tali, trattandosi come cose, soddisfacendo solo se stessi. Ora,
com'era avvenuto che il Signor T entrasse in dissidio feroce con metà di se stesso? Aveva pur
sempre avuto uno splendido rapporto con quella che una volta era stata la propria metà, e la cosa
è ben normale, visto che si tratta di due metà di un corpo intero. Tuttavia, non è che fosse stato
facile: le metà non sono mai uguali, come tutti sanno, e queste certamente erano del tutto
diseguali. L'amore per le cose impossibili doveva aver fatto maturare il Signor T in modo buffo:
una parte era in un modo mentre l'altra era tutta l'opposto. Il loro equilibrio era tale che
nessuno avrebbe mai detto potessero unirsi così ben salde. Un po' come Giulietta e Romeo, il
bianco e il nero, il giorno e la notte, il finito e l'infinito, l'amore e l'odio. Insomma, era
il classico caso degli opposti che finiscono per coincidere. In questi casi, la riuscita è più
che mai una questione di rispetto. Mancando quello, ogni ragione vien meno: il funambolo muore
al suolo, san Pietro manca la prova di fede, il corpo muore di stenti per mancanza di cibo, gli
amanti sviliscono nell'indifferenza. Privo ormai della sua metà, il Signor T incominciava a
nutrire più di un sospetto circa il fatto di essersi imminchionito senza alcuna possibile
contropartita. Perciò dondolava malinconico, come un pendolo. E più pencolava, più doveva
ammettere a se stesso di essersi ingannato, colpevolmente o meno - che importa - nutrendo per
la metà di se stesso amore, premure, dedizione e aspettative che un qualsiasi cretino avrebbe
potuto meritare di più. Pur concedendosi tutte le attenuanti possibili non c'era altro esito
nei suoi ragionamenti: una metà aveva ingannato l'altra e se stessa. La linea retta delle
parole s'era dimostrata curva, lo sguardo pudico s'era fatto sfuggente, il cuore un tempo
coraggioso s'era fatto prudente come quello di un coniglio. Così, quel che un tempo era l'intero
Signor T, s'ammezzò. Quella mano che l'aveva sino ad allora nutrito con apparente amore si era
inconsapevolmente rivoltata contro di lui prendendolo a pugni senza risparmio e pietà nello
stesso momento in cui giurava il proprio affetto: si sarebbe potuto dire il bacio di Giuda,
se quel bacio non avesse meritato ben altra considerazione. In ogni caso, così è il peccato:
coloro che lo commettono non sanno di farlo. E questa è appunto la loro condanna:
irrimediabilmente passata, la colpa è già la propria pena. Insomma, non vi resta che prendere
la vostra stentata figura e farvene una mezza ragione. Così avvenne: il Signor T prese a vivere
ridotto a metà. Eppure, sapete come avviene: nulla è più offensivo della mediocrità con cui si
deve ammettere di aver avuto a che fare, specie se un tempo ci appariva un incanto. E in ogni
caso, ciò che è tragico è semplicemente il fatto che s'è prodotta, lasciando una voragine che
nulla può colmare e che, tuttavia, amiamo pur sempre come la nostra vuota e assente promessa,
perché tale è stata, immancabilmente. "È il frutto della menzogna - rifletteva il Signor T -
in cui tutto il nostro tempo è avvolto". E piangeva, ancora un pochino, ondeggiando come un
bambino sul dondolo per scacciare i ricordi che ancora gli stavano conficcati nella pelle e
il cuore non sapeva liberare.
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