Scritti
Lezioni - il Blog
Giuseppe il nutritore - considerazioni conclusive
Lezioni - il Blog
Giuseppe il nutritore - considerazioni conclusive
Esula dallo scopo del presente lavoro offrire soluzioni ai problemi
sollevati e alle sollecitazioni prodotte dalla lettura analitica. In ogni caso, l’analisi è stata
condotta in modo tale che insieme al testo fosse restituita anche la sua interpretazione teologica.
Il bersaglio grosso dell’opera è costituito indubbiamente dalla questione di fondo: che rapporti intrattiene Dio con la storia? A quale livello dell’esperienza si colloca tale questione? Senza voler dire nulla più che un accenno, abbiamo trovato molto brillante il modo di restituire il divino come ciò che non solo afferma se stesso assolutamente ma “riceve” dall’uomo persino la propria identità in quanto nella religione Dio e l’io si corrispondono come i due poli di una relazione dialettica. Ciò postula un legame che costituisce il compito della teologia che in merito potrebbe osservare che la linea di continuità che Mann individua tra apoteosi dell’uomo e kenosi di Dio non restituisce la complessità del legame dialettico tra il Creatore e la creatura giacché tra essi è posto uno iato che è realmente significato dallo scandalo della morte, ultimo baluardo della volontà umana che in nessun modo può esser superato in alcuna forma di autoesaltazione, sia pure in una forma solenne, perché appunto la costituisce come tale.
Occorre dunque ripensare l’unità dialettica di Dio e dell’uomo nei termini di una dialettica raddoppiata o spezzata, alla maniera di Barth. In secondo luogo, la lettura analitica ci ha mostrato il valore ermeneutico di una interpretazione non “ortodossa” della scrittura e tuttavia fondata su antiche tecniche rabbiniche capaci di mostrare i sensi più insospettabili del testo restituendone la sorprendente complessità. Il valore del testo biblico non sta, infatti, nel suo essere testimonianza storica, bensì nel carattere di attestazione della rivelazione reso possibile dalla sua particolare storicità. La qualità del Libro non appare per rapporto con ciò che sta a monte rispetto al suo effettivo spessore narrativo, come sembrerebbe suggerire la storia del metodo storico critico. Né si può ritenere che l’attualità intramontabile del testo sia istituita per contrapposizione alla inattualità della dottrina. Invece, la lettura del testo biblico non può non proporre la questione fondamentale della competenza della fede in tale materia. In terzo luogo, l’opera mostra tutto il carattere problematico della relazione padre, figli, fratelli ponendo particolare attenzione alla questione, cruciale per la teologia, dell’elezione divina, vale a dire del ruolo essenziale che ciascuno assegna a se stesso in virtù della centralità dell’io per la propria personalità. Se la relazione con l’origine è caratterizzata da una mancanza (la morte di Rachele) che ne attesta il carattere di assenza per la nostra volontà è perché tale relazione è subìta e come tale sfugge al dominio dell’io. L’eroismo dell’io costituisce appunto la risposta tragica di una volontà che non domina nemmeno se stessa. Esso è appunto l’horror vacui della volontà disposta a tutto pur di sussistere. Anche la relazione fraterna rientra nel fuoco di questo dramma della volontà: il fratelli decentrano, vale a dire tolgono spazio vitale all’affermazione assoluta della propria identità. Il patto di sangue che li lega è anche un impatto . Su tutto, regna il dramma della morte che apre e chiude l’opera. Se la morte della madre proietta il giovane Giuseppe in una impossibile corsa a recuperare l’origine riempiendo la vita come fosse una bocca mai sazia è perché il figlio coglie nel padre tutta la paura e lo sdegno per la perdita subita come un’ingiustizia. Questa insaziabile brama, più forte di qualsiasi nostra occupazione è la pre-occupazione per la morte che soggiace a ogni determinazione umana. Essa sembra dire che la vita è una perdita più che un guadagno, perché Dio s’è riservato il meglio per sé. E se il destino di ognuno è segnato, la volontà in ogni caso non può volere oltre il valico della morte. Perciò occorre saggiarla ed educarsi a convivere con essa mirando però al vero termine teologico della questione: il bersaglio della volontà non può essere che Dio giacché essa gode virtualmente della Sua stessa assolutezza. L’horror vacui della volontà è sconfitto nell’istante in cui la personalità elabora Dio come personalità goduta e quindi fruibile per sé e per tutti, non piuttosto come antagonista di una volontà eroica. E tuttavia non possiamo non osservare che l’horror vacui pone una questione reale che in alcun modo può essere superata dalla sua comprensione o da una prassi orientata all’affermazione dell’io, precisamente perché la vacuità dell’essere non è valucabile dall’io stesso che se è ecceduto da un evento reale che lo compie. Il limite di Th. Mann, dunque, risiederebbe nella sua prospettiva ultimamente razionalistica, capace di dire la verità del compimento dell’agire senza tuttavia restituirne il senso realistico. È questo appunto il compito che la lettura ci consegna e che costituisce l’obbiettivo interesse della tetralogia di Mann per la teologia.











