Scritti
Lezioni - il Blog
Giuseppe in Egitto - L’incanto di Madre Natura
Lezioni - il Blog
Giuseppe in Egitto - L’incanto di Madre Natura
Che sia colpevole lusinga dei sensi e dell’orgoglio non vorremo negarlo.
Ad evitare il dramma sarebbe bastato un accorto e decoroso riserbo se anche la sensibilità per le
disgrazie altrui mancava quasi del tutto in Giuseppe. E tuttavia la morbosa voglia d’imprimere una
traccia eroica alle proprie vicende non poteva che riemergere prima o poi. L’occasione gli fu data
dagli anziani genitori del suo padrone, una volta che il non più giovane ragazzo fu introdotto -
certo per suo merito, chi lo nega? - nella casa di Potifar. Fu dalla loro bocca che apprese il torto
di cui era stato fatto oggetto il suo padrone dall’insensata ambizione dei vecchi : per ottenere al
figlio diletto posizione ed onore non avevano esitato ad evirarlo, consacrandolo al dio nel momento
stesso in cui lo rendevano infelice e impotente. E insieme a lui condannavano la nuora, sua sposa, a
una vita disgraziata.
Non v’è dubbio che in questo intreccio di deplorevoli
sofferenze agisca la bestia sociale che assoggetta i destini dei singoli come fossero nulla. E tuttavia,
in mezzo a tale dolorosa pena inflitta alla natura, il flabellifero e la principessa paiono reggere
con misurata compostezza finché Giuseppe non ambisce alla pretesa di un posto al sole per sé: consacrati
entrambi nella carne, Giuseppe e Potifar si somigliano come un padre e un figlio, ma il vantaggio del
figlio sul padre è schiacciante e finirà per travolgere l’ambizione del giovane fino a lambire
il talamo nuziale. D’altra parte, una donna infelice, condannata dal ruolo sociale a negare la natura
con la sola forza della volontà, non è forse predestinata a travolgere se stessa per amore di quel
figlio negatole da tutti e da tutto e che ora, miracolosamente, intravvede accanto al consorte?
Saggezza avrebbe voluto che Giuseppe non si fosse messo in mostra. Prudenza avrebbe imposto un’umile
compostezza. Ma come negare la lusinga che costituisce l’amore di una principessa per lo schiavo?
E se anche questi si sottrae per non rinnegare Dio e se stesso, come ammettere che la dolce cantilena
di lei che invoca la natura possa essere lasciata inascoltata? Così, se Mut parla solo per amare,
Giuseppe ascolta infinite volte il canto di lei senza osare interromperlo con un deciso rifiuto.
Avvenne dunque che il Giovane si trovasse a tu per tu con Potifar
sapendolo conquistare con tali parole che il difetto apparve virtù delle più alte al padrone
restituito a se stesso. E con lui, Giuseppe
«Si era liberato dal suo atteggiamento di schiavo che in principio l’aveva legato. Ora stava in piacevole libertà, accompagnava coi gesti oratoriamente suasivi le parole che gli fluivano spontanee, con lieta serietà, dalle labbra, parole che si riferivano a una concezione più alta e alla generazione per mezzo del soffio dello spirito. Stava colà in quell’albereto tanto simile a un colonnato, nel lume del crepuscolo, come nel tempio un fanciullo pieno d’entusiasmo in cui Dio glorifica se stesso e a cui scioglie la lingua, affinché annunzi e insegni con stupore dei maestri».
Saremmo lieti del paragone con ben altro ragazzo nel tempio se
le parole di Giuseppe non fossero così suasive. Perché persuadere con discorsi spudorati e
inammissibili , contrari alla realtà, anzi, affatto opposti ad essa, è certo un parlare foriero
di guai e menzogne che ha solo l’apparenza della libertà, ma, fuggendo la realtà, finisce per
rivelarsi per quello che è: pura autoesaltazione, il cui scopo è il benessere delle membra , non la
luce della verità. Così tutto si confonde e il discorso di Giuseppe tradisce un inganno in cui
«le realtà appaiono mascherate le une nelle altre» in modo tale che quello che appare un discorso
divino in realtà non sia altro che l’autoaffermazione della natura che mal tollera lo stato di
necessità a cui il bisognoso è ridotto. In un istante, lo schiavo diviene «amico» e il cuore del
padrone schiavo di quello del servo. In questo straordinario dialogo Th. Mann svela tutta la sua
maestria interpretativa: ciò che la Scrittura intende con «il Signore fu con Giuseppe» non significa
altro che la tenace volontà di autoaffermazione dell’eletto. Se così non fosse, perché mai Potifar
avrebbe finito, nello spazio di pochi versetti, per dare «tutto il suo avere in mano a Giuseppe»
non preoccupandosi più di nulla? Non è proprio questo il segno di un servizio interessato, reso
con spirito arrivistico? E non è men vero che l’arrivista non perde occasione per adulare con
discorsi suadenti il superiore affinché lui stesso possa godere i benefici della sua buona
disposizione? E non è altrettanto vero, forse, che frequentare le mogli dei padroni sia
un modo straordinariamente allettante di far carriera? E non è questa, forse, quasi una vedova,
verso la quale la Scrittura tante volte mette in guardia i giovani? E, ancora, non aveva fatto
un voto di castità che l’avrebbe protetto da quei Baal che la Signora egiziana rappresentava ai
suoi occhi? E, infine, non era un’egizia colei che le si offriva come carne fremente? Egizia, appunto,
aborrita dal padre quanto e più dei Baal. Quello che appare chiaro,
nella lettura di Th. Mann, è che il famoso testo di Gn 39 pare scritto dall’abile mano di un
cortigiano aduso alle ambizioni dei suoi scolari, figli di ministri e potenti, arroganti e
presuntuosi, disposti a qualsiasi bassezza pur d’ottenere un posto al sole. E che tale fosse
appunto il clima della classe dirigente in Israele non è forse il monito gridato dalla cima dei
monti dal profeta Amos ? Sotto le mentite spoglie di un discorso liberatorio, dunque, stava la
suadente adulazione del servo che finisce per togliere dignità al dolore e allentare la vigilanza
per conquistare per sé - certo con l’aiuto di Dio - il posto più alto. Se non fosse stata
ambizione, perché arrossire quando un piccolo nano servitore riferì a Giuseppe che si sparlava
di lui alla signora?
«Ma veramente solo perché aveva fiducia in Dio e per nessun altro motivo Giuseppe accolse con tanta relativa serenità la notizia dei maneggi di Dudu?»
No, evidentemente. La sua ambizione lo spinse a cercare
persino gli occhi di lei mentre questa cenava accanto al marito. Dopo di ciò, s’interessava
sempre di più al dire di lei e ben presto l’intreccio d’amore si strinse intorno agli sventurati.
Perfettamente inutile seguirne la trama. Essa assomiglia a tutti gl’intrighi
d’amore da cui il narratore possa trarre il diletto della penna. In ogni caso, la rapidità
della Scrittura viene smentita con un’interpretazione folgorante per acume e maestria letteraria,
ristabilendo la verità: non fu un motto da sgualdrina quello che colorì le labbra di Mut.
Fu piuttosto il guaito esasperato di una donna innamorata fiaccata nell’animo dalla solitudine
impostale dalla bestia sociale e instupidita da uno sciocco ragazzino la cui ambizione sfrenata
condusse a scherzare col fuoco, senza alcun rispetto per le pene e sensibilità per gli affanni
altrui. Se così non fosse non ci spiegheremmo la caduta nella fossa di Faraone. La punizione,
che solo Giuseppe può intendere ingiusta, gli è dovuta. Ed è assai mite, in confronto al
disastro umano che il delinquente ha compiuto. Entrato in una casa di dolore, ma degna di
considerazione, ne esce lasciando un’orrenda devastazione d’affetti, camminando come un elefante
in una cristalleria per puro capriccio, per pura autoaffermazione di sé, per voler dire a se stessi
- come Dio – “dopo questo, facciamo anche quest’altro”. Non sta qui, forse, il contenuto spirituale
più alto dell’opera? Non è
questo il contrassegno della volontà di Dio di salvare anche il più miserabile degli
uomini perché, appunto, il Creatore ama senza calcolo, come la pioggia che cade sui buoni e
sui cattivi? Sta in ciò la sagacia ermeneutica dell’interpretazione del famoso
detto, resasi necessaria perché
«A dirla francamente, noi siamo sgomenti della sommaria brevità della narrazione che, come quella di cui ci serviamo, tiene tanto poco conto della minuziosità amara della vita, e di raro, come in questo caso abbiamo sentito più vivamente l’ingiustizia che concisione e laconismo arrecano alla verità».
La rapidità mal s’addice alla vita che, al contrario, vuole tempo, che solo
un’interpretazione accorta sa restituire. Anche solo di questo, crediamo, siamo debitori a Th. Mann.
| < Prec. | Succ. > |
|---|











