Domenica Settembre 05 , 2010
vaiLezioni

Pubblichiamo un breve saggio sul rapporto fra filosofia e teologia in Karl Barth.

vaiIl silenzio in Marco

Un breve saggio sul silenzio come elemento teologico costitutivo della teologia di Marco.

vaiPaideia

Poche battute sul programma educativo integrale.

vaiChiara e Francesco

La logica del sogno: rimaner tale.

vaiSeduzione

La leggerezza della seduzione femminile in due piccole righe.

vaiI racconti

Brevissimi racconti in cui trovate il gusto dell'assurdo caratteristico della condizione umana coniugato con la leggerezza dei pochi tratti di penna che dipingono i personaggi.

vaiIl Signor T

Il Signor T è un funambolo cui riesce di vivere spezzato. Pochi tratti dipingono un personaggio malinconico e leggero insieme che costituisce l'antitipo dell'uomo di successo.

vaiLe sentenze

I tratti caratteristici della società di massa pennellati con leggera acutezza. Un piccolo panel di sentenze postmoderne ispirate all'Uomo senza qualità che passeggia per le nostre strade.

Giuseppe in Egitto - L’incanto di Madre Natura

Che sia colpevole lusinga dei sensi e dell’orgoglio non vorremo negarlo. Ad evitare il dramma sarebbe bastato un accorto e decoroso riserbo se anche la sensibilità per le disgrazie altrui mancava quasi del tutto in Giuseppe. E tuttavia la morbosa voglia d’imprimere una traccia eroica alle proprie vicende non poteva che riemergere prima o poi. L’occasione gli fu data dagli anziani genitori del suo padrone, una volta che il non più giovane ragazzo fu introdotto - certo per suo merito, chi lo nega? - nella casa di Potifar. Fu dalla loro bocca che apprese il torto di cui era stato fatto oggetto il suo padrone dall’insensata ambizione dei vecchi : per ottenere al figlio diletto posizione ed onore non avevano esitato ad evirarlo, consacrandolo al dio nel momento stesso in cui lo rendevano infelice e impotente. E insieme a lui condannavano la nuora, sua sposa, a una vita disgraziata.
Non v’è dubbio che in questo intreccio di deplorevoli sofferenze agisca la bestia sociale che assoggetta i destini dei singoli come fossero nulla. E tuttavia, in mezzo a tale dolorosa pena inflitta alla natura, il flabellifero e la principessa paiono reggere con misurata compostezza finché Giuseppe non ambisce alla pretesa di un posto al sole per sé: consacrati entrambi nella carne, Giuseppe e Potifar si somigliano come un padre e un figlio, ma il vantaggio del figlio sul padre è schiacciante e finirà per travolgere l’ambizione del giovane fino a lambire il talamo nuziale. D’altra parte, una donna infelice, condannata dal ruolo sociale a negare la natura con la sola forza della volontà, non è forse predestinata a travolgere se stessa per amore di quel figlio negatole da tutti e da tutto e che ora, miracolosamente, intravvede accanto al consorte? Saggezza avrebbe voluto che Giuseppe non si fosse messo in mostra. Prudenza avrebbe imposto un’umile compostezza. Ma come negare la lusinga che costituisce l’amore di una principessa per lo schiavo? E se anche questi si sottrae per non rinnegare Dio e se stesso, come ammettere che la dolce cantilena di lei che invoca la natura possa essere lasciata inascoltata? Così, se Mut parla solo per amare, Giuseppe ascolta infinite volte il canto di lei senza osare interromperlo con un deciso rifiuto.
Avvenne dunque che il Giovane si trovasse a tu per tu con Potifar sapendolo conquistare con tali parole che il difetto apparve virtù delle più alte al padrone restituito a se stesso. E con lui, Giuseppe
«Si era liberato dal suo atteggiamento di schiavo che in principio l’aveva legato. Ora stava in piacevole libertà, accompagnava coi gesti oratoriamente suasivi le parole che gli fluivano spontanee, con lieta serietà, dalle labbra, parole che si riferivano a una concezione più alta e alla generazione per mezzo del soffio dello spirito. Stava colà in quell’albereto tanto simile a un colonnato, nel lume del crepuscolo, come nel tempio un fanciullo pieno d’entusiasmo in cui Dio glorifica se stesso e a cui scioglie la lingua, affinché annunzi e insegni con stupore dei maestri».
Saremmo lieti del paragone con ben altro ragazzo nel tempio se le parole di Giuseppe non fossero così suasive. Perché persuadere con discorsi spudorati e inammissibili , contrari alla realtà, anzi, affatto opposti ad essa, è certo un parlare foriero di guai e menzogne che ha solo l’apparenza della libertà, ma, fuggendo la realtà, finisce per rivelarsi per quello che è: pura autoesaltazione, il cui scopo è il benessere delle membra , non la luce della verità. Così tutto si confonde e il discorso di Giuseppe tradisce un inganno in cui «le realtà appaiono mascherate le une nelle altre» in modo tale che quello che appare un discorso divino in realtà non sia altro che l’autoaffermazione della natura che mal tollera lo stato di necessità a cui il bisognoso è ridotto. In un istante, lo schiavo diviene «amico» e il cuore del padrone schiavo di quello del servo. In questo straordinario dialogo Th. Mann svela tutta la sua maestria interpretativa: ciò che la Scrittura intende con «il Signore fu con Giuseppe» non significa altro che la tenace volontà di autoaffermazione dell’eletto. Se così non fosse, perché mai Potifar avrebbe finito, nello spazio di pochi versetti, per dare «tutto il suo avere in mano a Giuseppe» non preoccupandosi più di nulla? Non è proprio questo il segno di un servizio interessato, reso con spirito arrivistico? E non è men vero che l’arrivista non perde occasione per adulare con discorsi suadenti il superiore affinché lui stesso possa godere i benefici della sua buona disposizione? E non è altrettanto vero, forse, che frequentare le mogli dei padroni sia un modo straordinariamente allettante di far carriera? E non è questa, forse, quasi una vedova, verso la quale la Scrittura tante volte mette in guardia i giovani? E, ancora, non aveva fatto un voto di castità che l’avrebbe protetto da quei Baal che la Signora egiziana rappresentava ai suoi occhi? E, infine, non era un’egizia colei che le si offriva come carne fremente? Egizia, appunto, aborrita dal padre quanto e più dei Baal. Quello che appare chiaro, nella lettura di Th. Mann, è che il famoso testo di Gn 39 pare scritto dall’abile mano di un cortigiano aduso alle ambizioni dei suoi scolari, figli di ministri e potenti, arroganti e presuntuosi, disposti a qualsiasi bassezza pur d’ottenere un posto al sole. E che tale fosse appunto il clima della classe dirigente in Israele non è forse il monito gridato dalla cima dei monti dal profeta Amos ? Sotto le mentite spoglie di un discorso liberatorio, dunque, stava la suadente adulazione del servo che finisce per togliere dignità al dolore e allentare la vigilanza per conquistare per sé - certo con l’aiuto di Dio - il posto più alto. Se non fosse stata ambizione, perché arrossire quando un piccolo nano servitore riferì a Giuseppe che si sparlava di lui alla signora?
«Ma veramente solo perché aveva fiducia in Dio e per nessun altro motivo Giuseppe accolse con tanta relativa serenità la notizia dei maneggi di Dudu?»
No, evidentemente. La sua ambizione lo spinse a cercare persino gli occhi di lei mentre questa cenava accanto al marito. Dopo di ciò, s’interessava sempre di più al dire di lei e ben presto l’intreccio d’amore si strinse intorno agli sventurati. Perfettamente inutile seguirne la trama. Essa assomiglia a tutti gl’intrighi d’amore da cui il narratore possa trarre il diletto della penna. In ogni caso, la rapidità della Scrittura viene smentita con un’interpretazione folgorante per acume e maestria letteraria, ristabilendo la verità: non fu un motto da sgualdrina quello che colorì le labbra di Mut. Fu piuttosto il guaito esasperato di una donna innamorata fiaccata nell’animo dalla solitudine impostale dalla bestia sociale e instupidita da uno sciocco ragazzino la cui ambizione sfrenata condusse a scherzare col fuoco, senza alcun rispetto per le pene e sensibilità per gli affanni altrui. Se così non fosse non ci spiegheremmo la caduta nella fossa di Faraone. La punizione, che solo Giuseppe può intendere ingiusta, gli è dovuta. Ed è assai mite, in confronto al disastro umano che il delinquente ha compiuto. Entrato in una casa di dolore, ma degna di considerazione, ne esce lasciando un’orrenda devastazione d’affetti, camminando come un elefante in una cristalleria per puro capriccio, per pura autoaffermazione di sé, per voler dire a se stessi - come Dio – “dopo questo, facciamo anche quest’altro”. Non sta qui, forse, il contenuto spirituale più alto dell’opera? Non è questo il contrassegno della volontà di Dio di salvare anche il più miserabile degli uomini perché, appunto, il Creatore ama senza calcolo, come la pioggia che cade sui buoni e sui cattivi? Sta in ciò la sagacia ermeneutica dell’interpretazione del famoso detto, resasi necessaria perché
«A dirla francamente, noi siamo sgomenti della sommaria brevità della narrazione che, come quella di cui ci serviamo, tiene tanto poco conto della minuziosità amara della vita, e di raro, come in questo caso abbiamo sentito più vivamente l’ingiustizia che concisione e laconismo arrecano alla verità».
La rapidità mal s’addice alla vita che, al contrario, vuole tempo, che solo un’interpretazione accorta sa restituire. Anche solo di questo, crediamo, siamo debitori a Th. Mann.

Briciole teologiche

La parola sorge dal nulla. Il suo inizio è una lama. 

Stili del Cristiano

Coerentemente con la sua originaria collocazione nell'attività didattica, questo libro intende mostrare come la fede cristiana sia capace di promuovere l’intelligenza, non di deprimerla, smentendo il luogo comune che contrappone fede e sapere.

Talismano della felicità

Talismano della felicità era un libro di Ada Boni che mia madre ebbe in eredità da una vecchia e deliziosa zia. Mi ha accompagnato lungo la vita come nome di una gioia che gli déi stessi fanno in cucina.

Le poesie

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Talismano della felicità vi offre una serie di poesie leggere e delicate il cui scopo è celebrare la vita come solo lo sguardo di un bambino sa fare. Si cresce, certo; per scoprire che la vita è degna di essere vissuta con lo sguardo del bimbo.

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Talismano della felicità offre una serie di brevi riflessioni nella prospettiva di una critica del contemporaneo mondo delle società di massa.

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