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Lezioni - il Blog
Il giovane Giuseppe - premessa
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Il giovane Giuseppe - premessa
Alla domanda: «Che cerchi?» che uno sconosciuto gli rivolge in aperta campagna (Gn 37, 15-16),
Giuseppe risponde: «Cerco i miei fratelli». La risposta arriva prontamente, è vero, e certo risuona
in essa un’ovvietà: Giuseppe ha certamente dei fratelli e si trova appunto in aperta campagna per
recarsi da loro secondo una precisa richiesta del padre, Giacobbe. Tuttavia, il legame presupposto
dalla risposta appare troppo ovvio per essere così scontato e il lettore che abbia prestato attenzione
all’antefatto non può non rimanere perplesso.
In effetti, più che a un legame pieno e goduto, sembra che
il passo si riferisca a un rapporto solo alluso e forse già irrimediabilmente compromesso. I fratelli
di cui Giuseppe è in cerca, infatti, sono amareggiati con lui (Gn 37, 4.5.811), esasperati a tal punto
da trasformarsi in bestie feroci (Gn 37, 33). Non è dunque un legame ovvio e scontato quello che la
scrittura descrive, bensì una relazione oscura e feroce tratteggiata in termini piuttosto realistici e
disincantati, un vincolo già dato e tuttavia perduto e da ricercare nuovamente. Non sorprende, in effetti,
che la scrittura tratteggi in tal modo il legame fraterno. In esso si celano paurose cadute e devastanti
tragedie, come ben sa il lettore di Gn 4, 1-16, la storia paradigmatica di Caino e Abele che qui ritrova
attualità sondandone tutta la complessità in una rilettura che compone un vero e proprio poemetto dedicato
al legame fraterno in seno alla bibbia. E tuttavia la nostra attenzione ancora si deve soffermare su un
particolare significativo della narrazione per cogliere appieno i protagonisti del dramma. Se il fuoco
del passo è tutto su Giuseppe e se il padre è il mandante del suo viaggio alla ricerca dei fratelli ormai
imbestialiti, un altro protagonista si fa strada tra le righe. Uno sconosciuto domanda l’essenziale: «Che cerchi?».
Un uomo che viene dal nulla incontro a Giuseppe e lo interroga sulle sue reali intenzioni, ne sollecita la
coscienza a riconoscere e determinare l’oggetto della ricerca, togliendolo dalla sua indeterminatezza.
In due soli versetti la scrittura squaderna il dramma di una relazione ovvia ma non goduta, indeterminata
fino ad essere sbiadita sullo sfondo della coscienza dell’eroe protagonista. Un ruolo, questo, che
Thomas Mann assegna a un angelo, una guida i cui tratti risultano molesti e scortesi, perfino inopportuni
(Th. Mann, Il giovane Giuseppe, 1997, pp. 131-142). E, in effetti, il ruolo ingrato della guida è appunto
quello di condurre il giovane Giuseppe a riconoscere nel legame fraterno spezzato qualcosa di decisivo per
sé. Un ruolo di cui Giuseppe ha bisogno. Di qui le tinte fosche del passo: c’è ormai bisogno di una guida
per ritrovare quello che non si sarebbe mai dovuto perdere. Una guida che non indulge in facili discorsi
consolatori, bensì critica perfino il legame paterno tratteggiando l’identità di Giacobbe in modo grottesco
affinché il figlio prediletto ritrovi col proprio aiuto la «giusta via» e possa giungere alla meta.
Ciò che è in questione, qui, dunque, è anche il legame che il figlio intrattiene col padre.
Un padre che non esita a mandare il figlio presso i fratelli pur sapendo che essi lo odiano.
Il lettore di Gn 4 non può che trasalire: l’odio è sentimento che prelude all’omicidio. Perché mai
Giacobbe vorrebbe in cuor suo una tale tragedia?
Così, in due soli versetti il dramma è tratteggiato con suprema maestria. Tutti gli elementi sono posti
in essere: un padre inquieto, un figlio prediletto, dei fratelli imbestialiti, una guida accorta. Non
resta che tirare le fila e mostrare come persino il prediletto arrogante e presuntuoso possa essere
convertito alla volontà di Dio. Ma appunto, sullo sfondo non è questo l’interrogativo che inquieta il
lettore? Perché mai Dio scelga proprio questo tra tutti? Perché il più ambizioso? Perché il più ingiusto?
O forse bisognerebbe chiedersi perché l’elezione comporta un tale sfacelo di relazioni umane? Cosa
soggiace ad essa sì da condurre l’uomo per così incerti sentieri? È forse una tentazione non solo
per coloro che ne sono esclusi ma anche per coloro che ne sono protagonisti? E non è forse vero che,
ultimamente, è l’autore dell’opera il vero eletto, capace addirittura di ironizzare sui protagonisti,
umani o divini che siano? O addirittura essa non è una tentazione per Dio stesso?
A questo livello teologico-teologico allude appunto l’opera di Th. Mann.
Bibliografia:
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